Intervista con un internazionalista palestinese nel Rojava

113 0

Intervista pubblicata la prima volta nel giugno 2017 su Lower class magazine

A quei tempi, l’accademia era ancora in costruzione – qui puoi vedere cosa è cambiato negli ultimi 12 mesi: tra le altre cose, la costruzione dell’accademia, l’inizio della campagna Make Rojava Green Again e la nostra prima educazione assieme(i primi corsi)

Bas Soz viene dalla Palestina e per molto tempo è stato parte della sinistra radicale francese. Adesso come internazionalista aiuta la crescita della Comune internazionalista.

Nella Comune internazionalista del Rojiava sta nascendo una istituzione per accogliere stranieri. Quali sono gli obiettivi di questo progetto e da che bisogni deriva? Nel YPG international esiste già un luogo per riunire gli internazionalisti

La Comune non è pensata in sostituzione al progetto Ypg international, ma piuttosto in aggiunta. Il nostro obiettivo è creare un intero villaggio dove avrà sede la prima accademia civile per internazionalisti del Rojava. A essere sinceri, serve ancora molto lavoro sull’internazionalismo, anche nel Rojava: tanti compagni sono venuti a dare il loro contributo, tra questi, Ivana Hoffmann, Dilsoz Bahar e Rustem Cudi. Molti sono qua e danno il loro contributo alla rivoluzione, dal punto di vista sia civile che militare.

Considerando l’importanza della rivoluzione nel Rojava, siamo ancora pochi. Soprattutto se confrontiamo la nostra situazione con quella della Spagna del 1936, è evidente come il nostro sforzo sia ancora troppo limitato.

È per questo che vogliamo offrire uno scambio politico continuo. Penso che molte persone nei loro paesi d’origine non sappiano quanti modi ci siano di dare il proprio contributo alla rivoluzione. Molte persone pensano: “Se vado nel Rojava, dovrò combattere fucile in mano”. Ma quello non è che una parte del lavoro che c’è da fare.

Da dove nascono gli impieghi civili?

Be’, la rivoluzione raggiunge ogni aspetto della società, quindi ci sono molti settori in cui si può lavorare. Si può lavorare nelle sezioni per i giovani, aiutando la loro organizzazione, nei collettivi e consigli giovanili; ci sono lavori per la stampa nei media del movimento, si può fare ricerca gineologica (della gineologia, scienza delle donne, ndt) nelle strutture autogestite femminili; si può dare una mano a creare cooperative agricole, o, se si riesce, anche creare forme di auto-governo arabo nelle aree appena liberate. La rivoluzione lascia aperte molte possibilità, e si possono anche proporre iniziative proprie.

Che ruolo avrà l’Accademia in tutto questo?

Da un lato, servirà come luogo di coordinamento per gli internazionalisti: al momento lavorano sparsi per il territorio, e con l’accademia questo avverrà in modo più sistematico e organizzato.

Dall’altro lato, è importante che la gente che arriva abbia un luogo dove andare e da dove muovere i primi passi, capire la situazione di quello che per loro è un paese nuovo, e dove poter iniziare a imparare la lingua, la cultura e l’ideologia del movimento. L’obiettivo è offrire sistematicamente dei corsi di lingua, oltre che di educazione politica. Nel frattempo ci sono molte attività pratiche da fare: continuare con la costruzione dell’accademia, piantare frutta e verdura, anche piantumare un piccolo bosco

In cosa consiste “l’educazione politica” di cui parli? Cosa viene insegnato?

Alcuni argomenti sono presenti in tutti i corsi: la storia del Kurdistan e dei suoi partiti rivoluzionari, lo sviluppo del movimento femminista nella regione, la filosofia e epistemologia di Abdullah Ocalan. Altri argomenti trattati sono più pratici: come funziona una comune? Cos’è un consiglio? Che tipo di economia pensiamo di adottare nel Rojava?

Una parte importante è la lingua: se non la conosci, non puoi lavorare sul territorio o con le famiglie. Questo però non vuol dire che chi arriva deve già saper parlare il Kurmanji, dato che offriamo corsi base.

Abbiamo un grande vantaggio rispetto alla vita nei loro paesi d’origine: quando si arriva qua, si diventa un rivoluzionario a tempo pieno. Non devono andare al lavoro o all’università ogni mattina alle 8. Hanno, semplicemente, tempo. Per questo, anche i nostri seminari da un’ora la sera non sono da considerare un progetto secondario: si continua a imparare e discutere tutto il giorno. Per alcuni europei può sembrare tanto, ma la maggior parte delle persone qua dice che non è abbastanza e che vogliono approfondire di più.

Cosa ti ha spinto a venire qua? Non ci sono molti palestinesi.

Per molti anni sono stato in Francia; questo mi ha permesso di condividere le esperienze di altri amici europei. Dobbiamo superare le nostre divisioni e trovare un modo per raggiungere le persone, dobbiamo davvero riprendere in mano i processi organizzativi, e penso che il Rojava sia una buona occasione per farlo.

In quanto palestinese, in realtà ho anche altri motivi. In primo luogo, Abdullah Ocalan alla fine anni Settanta inizio Ottanta andò da solo in Libano, e poi in Siria, per creare delle accademie. E in quel periodo il PKK combatteva con la Palestina.

Ma, ancora più importante, il fatto che secondo me il Confederalismo Democratico – col suo rifiuto della struttura statale e apertura verso a fondamenti di auto-organizzazione, potrebbe essere utile anche per la sinistra palestinese e israeliana.

Con tutto il parlare delle contraddizioni sia della soluzione a uno stato che a due stati, proporre una soluzione senza stato è qualcosa di nuovo. Il confederalismo democratico e l’autonomia democratica hanno dimostrato nel Rojava di poter funzionare, soprattutto per la coesistenza di popoli diversi che si sono combattuti in passato. Per le mie conoscenze linguistiche qui lavoro soprattutto nelle strutture per l’arabo. È affascinante tener d’occhio come cambia la situazione, anche se devo dire che serve altro tempo.

Ma se si considerano la profondità dell’odio e dei pregiudizi tra curdi e arabi, c’è speranza: ci sono intere famiglie che si adattano bene a questo nuovo sistema. Penso che il movimento anti-imperialismo e anti-colonialismo che c’è in Palestina e Israele possa imparare da queste esperienze